venerdì, agosto 04, 2006

IL METAFISICO RAPPORTO TRA L'UOMO E IL CIELO

Approfondita analisi di "Quatermass Conclusion", capolavoro ormai dimenticato del cinema di fantascienza

di Giulio Laroni - Tratto dall'Avanti! del 4.8.2006

" Huffity, puffity, Ringstone Round / Se perdi il cappello mai più lo vedrai / Su, metti i calzoni e portali al collo / E con nuova fibbia allaccia il mantello / E quando sei pronto, possiam cominciar / Huffity, Puffity, puff!"

Sono sconosciute ai più, le parole oscure e suggestive di questa nenia per bambini, dimenticata come la grande fantascienza, cinematografica o letteraria, che sapeva far riflettere ed interrogarsi sul presente.

Chi ancora ricorda le note di "Huffity, puffity, Ringstone Round" – e il suo pessimo adattamento italiano - non può tuttavia fare a meno di associarle alla regia fine ed elegante di Piers Haggard e alla raffinata penna di Nigel Kneale, che diedero vita, sul finire degli anni Settanta, a quel piccolo, grande capolavoro che fu "Quatermass Conclusion: la Terra esplode".

A nulla valse il prestigioso premio che la giuria della XVIII Festival della Fantascienza di Trieste – curiosamente presieduta dal sovietico Emil Lotjanu – gli assegnò nel 1980 "per la poesia tragica del soggetto, il senso della vecchiaia e della morte, la qualità plastica della messa in immagine": di "Quatermass Conclusion", nella saggistica di fantascienza, non vi sono che rapidi e fugaci accenni, e la versione della "Emi Film" che circola in dvd, neanche a farlo apposta, è priva del prologo e manca di qualsiasi contenuto extra.

Destino, quello del film di Haggard, che inevitabilmente colpisce quei prodotti colpevoli di proporre una chiave interpretativa degli avvenimenti storici più complessa ed articolata di quella, spesso logora e abusata, cara ad una certa critica di matrice marxista.

A questo, oltrechè al colpevole silenzio degli appassionati, si deve quindi l'indifferenza con cui viene accolta una pellicola che, diversamente, ha i titoli per entrare nel novero della migliore fantascienza mondiale, e competere – non ce ne voglia certo accademismo parolaio e conformista – con il monolito nero di "2001: Odissea nello spazio", a partire dal sottotesto metafisico e dai molteplici spunti di carattere sociologico.

Il film si apre con l'arrivo, funestato dall'incontro con la malavita urbana, dello scienziato inglese Bernard Quatermass – già incontrato ne "L'Astronave atomica del dott. Quatermass" (1955) e "I Vampiri dello spazio: Quatermass 2" (1957), frutto della brillante genialità di Val Guest, e ne "L'Astronave degli esseri perduti" (1967), di Roy Ward Baker – in una Londra decadente e scompigliata: "Sulla Terra – recita il prologo - dilagavano la violenza e la fame, conseguenze del caos ecologico. I governi non avevano più potere, e attribuivano i comportamenti antisociali di gran parte dell'umanità a una perturbazione solare. L'Unione Sovietica e gli Stati Uniti, nel tentativo di distrarre l'attenzione delle masse dai grandi problemi incombenti, si erano accordati per la costruzione di un faraonico, quanto inutile laboratorio spaziale. In Inghilterra il caos era assoluto."

Proposito dello scienziato, oramai anziano, è di trovare ad ogni costo la giovanissima nipotina, fuggita di casa per unirsi alle comuni giovanili, e riportarla con sé in Scozia: «Di sicuro – afferma - anche mia nipote ha sentito questa forza misteriosa che la ha spinta a ribellarsi e ha fuggire. Se non la ritroverò, se lei non tornerà normale, per me sarà meglio morire.»

Una "forza misteriosa", quella narrata in "Quatermass Conclusion", che induce i giovani d'ogni città e contrada a muoversi in branco facendo oscillare un pendolino, vestiti di stracci e dipinti nel viso come pellerossa, in direzione di antichi luoghi sacri – alla Stonehenge et similia - che esercitano su di loro un'ancestrale attrazione.

I "Figli del Pianeta" ("figli delle stelle" nell'edizione italiana), come essi si definiscono, sanno che coloro che convergono in tali siti pre e protostorici sono colti all'improvviso da una luce intensa e accecante che, come il cappello della nenia per bambini, li fa svanire in uno stato di intensa estasi mistica.

Tale "viaggio" è da loro interpretato come un'elevazione divina, una resurrezione evangelica, una fuga dalle iniquità del mondo verso un Paradiso vagheggiato – il Pianeta, appunto, di cui dicono di essere figli – che va oltre la fisicità del corpo: una sorta di metafisico itinerario salvifico, un'apoteosi di massa che li condurrà alla redenzione.

E tuttavia, la felicità che sperano di trovare nella luce è soltanto apparente, e la "forza misteriosa" è un'energia disumanizzante emessa da una macchina aliena, che prima annulla la mente e poi, dopo averla assimilata, devitalizza il corpo risucchiandone le proteine.

Ricreando in laboratorio una sorta di eco olfattiva di migliaia di giovani, Quatermass riuscirà ad annullare l'effetto della macchina innescando una bomba atomica in direzione della luce, aiutato dalla nipote nel frattempo ritrovata.

Ricorrente, nell'intera opera di Kneale, è il tema siegeliano e frankenheimeriano della disumanizzazione dell'uomo: è un entità metà animale e metà vegetale il Richard Wordsworth de "L'Astronave atomica del dottor Quatermass" (1955), costretto a subire, suo malgrado, una regressione intimamente sofferta allo stadio primordiale della bestia; sono simili ad automi coloro che cadono vittima del fluido informe de "I Vampiri dello spazio: Quatermass 2" (1957), che ne piega ai propri scopi i pensieri e la volontà; sono volubili e accondiscendenti, infine, i "Figli del Pianeta" di "Quatermass Conclusion".

La caratterizzazione di quest'ultimi, in particolare, ricorda da vicino gli aspetti più deteriori della cultura hippy: non mancano, quindi, gli slogan ripetuti all'infinito – che, nel caso specifico, divengono versi incomprensibili resi particolarmente inquietanti dall'ossessiva e corale ritmicità, che li rende simili a dei mantra – né gli scalcinati capipopolo dalla parlantina facile, moderni pifferai che con i canonici altoparlanti arringano la folla plaudente.

E' questo, forse, un aspetto che fa storcere il naso alla critica benpensante di rigorosa formazione marxista, che taccia il film di Haggard di un'inesistente "prospettiva conservatrice".

Mai così infondata, in realtà, è l'accusa, sempre accampata dagli storici a corto di argomenti, di vieto anticomunismo: né è la prova, ad esempio, che a salvare le masse di giovani dall'energia disumanizzante saranno l'inglese Quatermass e il sovietico Gurov.

A ulteriore riprova dell'onestà intellettuale dell'opera e dell'integrità della sua prospettiva assiologica, è il fatto che Quatermass per certi versi giustifichi e sostenga le ragioni di critica sociale che spingono i ragazzi a ribellarsi, o che comunque creano terreno fertile per una loro sottomissione all'ipnotico raggio alieno («Io sono dalla vostra parte, io la penso come voi, sono d'accordo con quello che dite, avete perfettamente ragione a lamentarvi di com'è ridotto il mondo: è uno schifo! Uno sfacelo!») salvo condannarne il modo autodistruttivo e la scelta del raggio – e quindi della morte - quale unico rimedio.

Traspare, invece, una lucida critica alla guerra fredda: per Quatermass, intervistato nella trasmissione televisiva, il laboratorio spaziale è una «disgustosa esibizione propagandistica, il matrimonio simbolico di una democrazia in sfacelo con una tirannide in agonia: due superpotenze, così piene di mali – mali politici, mali ecologici, mali sociali – che hanno esportato anche nelle nazioni che erano sane come la nostra, e noi non ci siamo difesi.» Il progetto, quindi, altro non è che «una buffonata spaziale che non ha senso né scopo alcuno. »

Di estremo interesse, nella scena in questione, è l'uso che viene fatto dello schermo televisivo, in cui risultano particolarmente evidenti le affinità con una delle più importanti costanti filmiche di John Frankenheimer: la scena è infatti girata dalla cabina di regia – e non già, in "soggettiva", nello studio della trasmissione – in cui i tanti schermi, pur se in modo più inconsapevole e non strutturato che in Frankenheimer, tradiscono la medesima funzione espansiva, la medesima volontà di uscire dai confini del cinema attraverso tante "finestre" – quasi in un metaforico "split screen" o in un grandangolo - a dividere e a frammentare la percezione, per aumentare le potenzialità del campo visivo e, di conseguenza, ampliarlo.

L'analisi della condizione giovanile, comunque, non si esaurisce certo nella sottile e raffinata satira politica. A rendere "Quatermass Conclusion" di sconcertante attualità, infatti, è la critica mossa all'indifferenza con cui si guarda al progressivo rimbambimento delle giovani generazioni, al gregarismo e alla pedissequa e supina accettazione dei miti e dei riti giovanilistici.

Significativo, in tal senso, è lo scambio di battute tra Quatermass e Annie Morgan (interpretata da un'efficace Margaret Tyzack): «La civiltà è finita» «Quando abbiamo cominciato a sbagliare?» «Dovevamo intervenire» «Invece comprendevamo, giustificavamo tutto, e oggi siamo ormai impotenti davanti al fatto compiuto, e ogni cosa ha perso valore e significato.» «Questo è solo…» «Cosa?» «… lo stadio finale di un processo iniziato in realtà molto tempo prima, che ha trasformato, deviato, alterato le aspirazioni ideali dei giovani: ci sono sfuggiti di mano, perché erano influenzati da qualcosa di esterno a noi, di alieno.» «Cosa, esseri alieni?» «Una forza aliena, che forse dalla Preistoria è arrivata fino a noi. Perché il tempo, per essa, ha un'altra misura, i secoli sono attimi. » «E' molto difficile crederci, quasi impossibile.» «Non lo nego, ma supponga che questa forza esista davvero e ottenga i suoi risultati soltanto su menti umane ancora plasmabili: i giovani. Loro ne hanno avvertito la presenza incombente e si sono comportati come hanno fatto costretti da quella forza, almeno io credo.»

Durante tutto il corso del film, il regista si sofferma con insistenza sul contrasto generazionale: lo stereotipo reazionario e classicheggiante del "nèos kai agathòs" viene quindi completamente stravolto dalla presenza quasi esclusiva di anziani (divertente e interessante il personaggio del vecchietto esperto di bombe), i soli che, immuni dall'effetto ipnotico del raggio disumanizzante, possono lavorare per trovare un rimedio atto a neutralizzarne gli effetti.

E l'antitesi tra giovinezza e vecchiaia è parallela all'ossimoro che vede passato e futuro coesistere e contrapporsi, in scenari postmoderni con guardie a cavallo di sapore medievale e osservatori spaziali situati in edifici settecenteschi, scene di degrado popolare ed enormi arene colme di persone; un effetto che sembra suggerire anche la magnifica colonna sonora, malinconica e volutamente digitale, scritta a quattro mani da Nic Rowley e Marc Wilkinson.

Ciò si riscontra in modo particolarmente evidente nell'accostamento tra i monumenti neolitici e le oceaniche masse di giovani, che si presta ad evocare un iniziatico e ancestrale sentore di inesorabilità, che, declinato al positivo, è alla base dei suggestivi titoli di coda, di rara e lirica bellezza: in essi, assistiamo ad una sorta di danza circolare di bambini scandita dal motivo "Huffity, puffity, Ringstone Round", che mette in scena un infantilismo primordiale, pascoliano e in armonia con la natura, che riprende il metafisico tema centrale del rapporto uomo – cielo, con un'immagine volutamente sfocata a suggerire l'onirica ed idilliaca beatitudine dell'innocenza, della purezza nella sua accezione più alta.

Merito dell'inglese Ian Wilson, che ci presenta una fotografia acquerellata, quasi pittorialista, a tal punto sbiadita e desaturata da creare un sublime gioco cromatico che oscilla tra colore e bianco e nero, sullo sfondo di audaci campi lunghissimi delle vaste campagne inglesi.

Saggio aureo di regia, sceneggiatura, musica e fotografia, mai così coralmente armoniche, è tutta la parte finale, a partire dal dialogo di Quatermass e Joe Kapp (interpretato da Simon MacCorkindale) in attesa dell'arrivo della raggio alieno.

Mentre la cinepresa gira intorno all'osservatorio, la potenza narrativa di Kneale si fa sentire in tutta la sua intensità con una riflessione di rara lucidità sul ruolo della scienza: «No, c'è ancora qualcosa – esordisce Kapp – che aveva radici profonde. Ci giustifichiamo accusando: 'alieni assassini, avete premeditato i vostri delitti, vivete della nostra morte, siete belve crudeli!' Ma professore, non vogliamo soffermarci neanche per un attimo, soffermarci sull'idea che per concepire e usare questa macchina tremenda ci vogliono scienziati, colleghi alieni degni di noi? Quanti, affermavano che la scienza non ha morale, che sono le guerre che la fanno progredire, ricorda professore? Dateci armi sempre più micidiali, riempite di scorie atomiche il nostro pianeta! Inquinate! Ora so cos'è il male assoluto: è la scienza. » «Kapp, lei ha torto – è la replica, dopo un lungo silenzio, del professor Quatermass - la scienza può essere il bene, può salvare la Terra, la vita di milioni di esseri umani. Li vorreste, alieni, vampiri del cielo? Questa volta no, non ci riuscirete! Avrete la lezione che meritate. Su, venite da noi, venite. »

A introdurre il finale è la scena successiva, in cui il professor Quatermass scorge tra i giovani accorsi nell'osservatorio la nipote che credeva morta da tempo. Al repentino arrivo della luce corrisponde una fotografia virata in bianco, e i venti secondi precedenti all'espolosione della bomba si dilatano in un rallenti che è un piccolo capolavoro di estetica filmica, scandito dal poetico leit motiv di Rowley e Wilkinson. Il contrasto generazionale, ora, si tramuta in incontro, in reciproco scambio: la ragazzina offre al nonno, debole e commosso, la forza datagli dalla giovinezza, e con un sorriso d'amore gli prende la mano; insieme, con rinnovata energia, coscienti del sacrificio che si apprestano a compiere, innescano la bomba atomica che immediatamente esplode.

Haggard e Kneale, come si vede, non indulgono a soluzioni di comodo od ipocriti happy end. Non temono, anzi, di guardare alla distruzione come all'unica soluzione possibile per fermare la macchina aliena, lasciando in questo modo un messaggio, inequivocabile e coraggioso, squisitamente lontano dall'imperante politically correct. E il cerchio si chiude.

" Huffity, puffity, Ringstone Round / If you lose your hat it will never be found / So pull your britches right up to your chin / And fasten your cloak with a bright new pin / And when you are ready, then we can begin / Huffity, puffity, puff! Huffity, puffity, puff! "

Giulio Laroni

g.laroni@pensalibero.it