venerdì, aprile 21, 2006

PER UNA LAICITÀ LIBERALE : i diritti degli individui e i limiti dello stato sulle questioni "eticamente sensibili"

( a cura di Carmelo Palma e Marco Taradash )

Noi Riformatori Liberali siamo convinti che la convergenza fra forze liberali di varia matrice culturale e religiosa sia essenziale per procedere nella trasformazione in senso liberale del nostro paese.
Per questo vediamo con grande preoccupazione il fatto che in vista delle elezioni una parte della Casa delle Libertà abbia dato una brusca sterzata verso una polemica tutta ideologica e astratta su temi che, per le conseguenze sociali che comportano, dovrebbero essere affrontati con moderazione, pragmatismo, capacità di dialogo e senso della realtà.
Creare una linea di frattura fra laici e cattolici è infatti quanto di più autolesionista la CdL possa fare da qui alle elezioni.
In primo luogo, perché la contrapposizione è falsa: la linea di demarcazione importante è quella che passa fra i liberali e gli illiberali dei due campi, non altra.
In secondo luogo, perché l’elettorato cattolico è ben rappresentato in entrambi gli schieramenti e non sarà l’accentuazione di toni, tipica di ogni fine legislatura, su questo o quel tema di carattere morale a modificare le scelte di voto degli italiani.
In terzo luogo perché l’irrigidirsi su posizioni di oltranzismo confessionale alimenta la disaffezione di quella parte consistente di elettorato che ha dato fiducia alla CdL soprattutto perché convinta che Forza Italia fosse o potesse diventare un vero partito liberale di massa, secondo la definizione del suo fondatore.
Noi rifiutiamo di schierarci nei deleteri, tradizionali, ossidati campi contrapposti dei guelfi, amici del papato, e dei ghibellini, sostenitori dell’imperatore, ovverosia dello Stato. La contrapposizione fra clericali e anticlericali giova soltanto a chi la ripropone. Crediamo che il centro motore della storia moderna sia l’individuo, la sua coscienza, la sua coscienza anche religiosa, i suoi interessi. Riteniamo perciò naturale, fisiologico e non patologico, che la Chiesa e le altre organizzazioni religiose svolgano una funzione pubblica di richiamo su valori e finalità. Se i vescovi italiani decidono di partecipare alla discussione pubblica non gridiamo all’ingerenza: sta alla politica non mostrarsi acquiescente e difendere la propria autonomia. D’altra parte, nel mondo libero le religioni organizzate (e fra queste, la Chiesa cattolica) giocano, con altri obiettivi, la stessa partita che giocano altre grandi, influenti e pervasive “agenzie del consenso”. Le sfide “clericali” a cui siamo abituati sono tutte- anche quelle culturalmente più riprovevoli e, per un laico, più insopportabili- giocate dentro il perimetro e con le regole dell’agorà politica. Questo non rende di per sé meno gravi le derive “eticistiche” della legislazione in materia di diritti civili e comportamenti individuali; rende però assolutamente diversa la natura dello scontro civile, politico e culturale in atto e rende soprattutto inservibile l’utilizzo di uno schema “anticlericale” ottocentesco: e rende perciò inutile la guerra contro un nemico che non c’è più, e che viene usato come un feticcio in luogo degli avversari reali che stanno all’interno della cultura della società politica.
Davvero pensiamo che la discriminazione antiomosessuale, o la politica proibizionista sulle droghe, o il pregiudizio contrario a qualunque disciplina legale dell’eutanasia si raccolga solo- o prevalentemente- attorno alla Chiesa? Oppure le posizioni della Chiesa, su questi temi, sono solo uno dei tanti aspetti della sopravvivenza di un atteggiamento antiliberale sull’uso della legislazione e sui limiti dei poteri dello Stato?
La politica liberale nasce e opera in funzione della difesa dei diritti individuali dalle usurpazioni del potere, comunque generato, e deve perciò mantenere la sua autonomia rispetto ai valori e alle convinzioni particolari, degli individui e dei soggetti sociali. Suo compito è produrre norme che valgono per tutti all’interno di un quadro costituzionale che garantisca a ciascuno un uguale diritto ad un sistema di uguali libertà.
In questo senso il richiamo diffuso ai rischi del relativismo contiene una essenziale verità liberale e al tempo stesso può essere strumentalizzato in chiave autoritaria.
Facciamo nostra la critica al relativismo quando esso è messo in contrapposizione al principio dei diritti universali dell’individuo, che è fondamento della cultura liberale e democratica.
L’universalismo dei diritti umani fondamentali è stato negli ultimi decenni la sorgente delle lotte di liberazione contro il totalitarismo e al relativismo in tutte le sue specificazioni, da quelle naziste, fasciste, comuniste a quella dell’islam politico.
Quando però l’attacco al relativismo viene portato in nome di verità assolute alle quali è obbligo politico conformare le leggi, indipendentemente dalle conseguenze pratiche sulla vita delle persone che pensano o vivono diversamente, riteniamo giusto ricordare che in una società aperta la politica è il campo d’azione della libertà e del confronto delle idee, non della verità.
Come le costituzioni liberali difendono le minoranze dagli “eccessi” della democrazia e dall’uso antiliberale del “principio di maggioranza”, così difendono gli individui dalla pretesa di fare il loro bene contro la loro volontà.
La premessa è lunga ma necessaria. E chiarisce, al di là dei singoli contenuti e delle diverse proposte, il modo in cui vogliamo interpretare il mandato di quei cittadini che di fronte alle questioni etico-politiche chiedono soluzioni coerenti con i loro valori politici e quindi non in contrasto con il principi fondamentali di una società aperta e moderna.